La sconfitta di Bergamo fa male, come tutte le altre di questo lungo periodo di digiuno. Sette sconfitte nelle ultime dieci partite sono un dato che non si può nascondere né addolcire: la Cremonese è in piena crisi di risultati e la zona retrocessione, che fino a poco tempo fa sembrava un miraggio lontano, oggi dista appena cinque punti.
I numeri parlano chiaro e sarebbe inutile, oltre che controproducente, ignorarli o minimizzarli. La squadra non segna, subisce troppo e sembra aver smarrito quella convinzione che l'aveva caratterizzata nella prima parte di stagione. È innegabile. Ma proprio perché la situazione è seria, proprio perché le prossime settimane saranno decisive, è arrivato il momento di fare quadrato e tirare fuori l'orgoglio che questa maglia merita.
Non serve girarci intorno: la Cremonese rischia. E lo sappiamo bene tutti, nessuno escluso. Ma la storia del calcio, e in particolare la storia di questo club, ci insegna che le battaglie più difficili si vincono quando l'ambiente rimane compatto, quando tifosi, squadra e società remano nella stessa direzione. Il disfattismo, i processi sommari, le critiche sterili non hanno mai salvato nessuno. Anzi, spesso hanno accelerato processi negativi trasformando difficoltà superabili in tragedie irreversibili. Non possiamo permetterci questo lusso. Non adesso.
La scena di ieri sera alla New Balance Arena, con la squadra che si è fermata sotto il settore ospiti per confrontarsi con i tifosi dopo l'ennesima sconfitta, è un segnale importante. Come ha sottolineato Davide Nicola, quel gesto rappresenta riconoscenza e attaccamento ai colori grigiorossi. È il riconoscimento che il legame tra squadra e pubblico resta solido, nonostante i risultati. È la dimostrazione che questi giocatori sanno cosa significa indossare questa maglia e vogliono onorare la fiducia che i sostenitori continuano a dimostrare loro, trasferta dopo trasferta.
Guardiamoci intorno: in altre piazze, di fronte a situazioni di classifica simili o addirittura migliori, si respira tensione, contestazione, clima avvelenato. A Cremona, nonostante tutto, l'ambiente ha dimostrato maturità e pazienza. I tifosi hanno continuato a sostenere la squadra, a riempire il settore ospiti, a credere nell'impresa. Questa è una ricchezza che non va sprecata, ma coltivata e valorizzata. Perché è proprio nei momenti difficili che si vede il vero valore di una tifoseria, la sua capacità di fare la differenza quando il gioco si fa duro.
La salvezza si conquista sul campo, è vero, ma si costruisce anche sugli spalti, negli allenamenti, nelle scelte della società, nella coesione di tutto l'ambiente. Servono i gol di Djuric, le parate di Audero, i recuperi di Luperto, l'esperienza di Thorsby. Ma serve anche il sostegno incondizionato dello Zini, la fiducia nella guida tecnica di Nicola, la lucidità della dirigenza nelle scelte. Tutto deve convergere verso un unico obiettivo: la permanenza in Serie A.
Domenica prossima arriva il Genoa. Non è una partita qualunque: è uno scontro diretto, una di quelle gare che possono indirizzare una stagione. Vincere significherebbe rilanciare le ambizioni, ritrovare punti e fiducia, allontanare la zona pericolosa. Ma per vincere servirà uno stadio al completo, caldo, rumoroso, pronto a trascinare i ragazzi nei momenti di difficoltà. Servirà il dodicesimo uomo in campo, quello che può fare la differenza quando le gambe pesano e la testa inizia a vacillare.
Il disfattismo è il peggior nemico in queste situazioni. Chi si lamenta, chi critica a prescindere, chi ha già messo la croce sulla stagione non fa il bene della Cremonese. Anzi, contribuisce a creare un clima negativo che si ripercuote inevitabilmente sulla squadra. I giocatori sono esseri umani, non macchine: sentono la pressione, percepiscono il clima, vengono influenzati dall'ambiente. Un pubblico che fischia, che contesta, che trasmette sfiducia ottiene solo il risultato di indebolire ulteriormente una squadra già in difficoltà.
Ci sarà tutto il tempo per farlo, ma non è questo il tempo.
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