La partita di ieri consente la citazione del capolavoro di Monicelli "Amici Miei" ed in particolaredi una delle sue scene più celebri che, a rivedersela oggi, fa quasi tenerezza per quanto calzi. Il Conte Mascetti, interpretato fatalità dal "nostro" Ugo Tognazzi, con la sua faccia da mezzo busto istituzionale, spara la supercazzola a raffica davanti al vigile sbigottito: parole che suonano solenni, costruzioni sintattiche che evocano autorevolezza, un fraseggio che sembra dire tutto e non dice niente.
Chi ascolta resta lì, interdetto, incapace di replicare. Funziona finché davanti hai qualcuno che non sa cosa cercare. Ma a un certo punto anche i più distratti capiscono che dietro quelle parole non c'è nulla.
Ieri sera, dopo il 4-1 con la Fiorentina, Davide Nicola si è presentato davanti ai microfoni e ha eseguito la sua interpretazione del decaduto nobile fiorentino.
"La squadra ha dato quello che poteva, ma c'è un po' di fragilità." "Abbiamo avuto le nostre occasioni." "La salvezza è a tre punti, si può ancora conquistare." "Non si risolve aggiungendo tristezza o depressione, ma entusiasmo." E poi, ciliegina sulla torta: "Io ci credo: non è un mantra, ma quando mi metto in testa un obiettivo sono disposto ad accettare ogni momento."
Una conferenza da incorniciare, per come riesce nell'impresa di spiegare una sconfitta per 4-1 nello scontro diretto casalingo senza che una singola parola lasci il minimo segno di consapevolezza reale di quello che sta accadendo.
La squadra "ha dato quello che poteva"? Quella stessa squadra, al terzo minuto, ha avuto De Gea in tuffo su Bonazzoli libero a centro area, e poi ha praticamente smesso di attaccare per un'ora. Quella stessa squadra ha subito quattro gol che per atteggiamento e superficialità sono uno peggio dell'altro: doppio passo senza pressione e diagonale tra le gambe del portiere, lancio in profondità e difesa immobile, cavalcata di 70 metri palla al piede senza nessuno che intervenga e per finire doppio colpo di tacco e tiro a giro. Se questo è dare quello che si può, allora siamo ben oltre il nulla cosmico.
"Abbiamo avuto le nostre occasioni": sì, quelle che hanno prodotto un gol segnato quando si era già sotto di tre reti, e tra le altre cose occasioni e gol scaturiti da un giocatore riesumato dopo 6 mesi di oblio. E' veramente troppo, o troppo poco a seconda di come la si guarda.
Eppure Nicola, davanti al microfono, abbassa la voce e chiede ai tifosi che hanno fischiato allo Zini di "rimanere vicini alla squadra", quasi fosse il pubblico il problema da risolvere, lo stesso pubblico salutato frettolosamente a fine partita come se fosse più un dovere che una forma di rispetto.
Il punto purtroppo è che, ogni volta che apre bocca, Nicola riesce nell'impresa di trasformare quindici partite senza una vittoria in un fenomeno che richiede analisi "un po' più profonde", come se la fragilità difensiva e l'assenza di gioco fossero questioni filosofiche da decriptare, piuttosto che problemi tecnici sotto gli occhi di tutti.
"Ci automettiamo in discussione", dice. Eppure dal campo non emerge nulla che somigli a una reazione vera, a un cambio di passo, a quella svolta che invoca da settimane senza che le parole trovino mai riscontro nei fatti.
Il Conte Mascetti, in fondo, riusciva nella sua supercazzola perché dall'altra parte c'era qualcuno disposto a crederci. Allo Zini, però, i fischi dicono che la platea ha smesso di farlo.
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