La sconfitta per 3-0 all'Olimpico contro la Roma ha riacceso un dibattito che serpeggiava già da settimane nei bar, nelle chat dei tifosi e nei corridoi del calcio italiano: Davide Nicola deve ancora essere l'allenatore della Cremonese? La risposta, per quanto possa sembrare controintuitiva in un momento così complicato, è sì. E non per un atto di fede cieca, ma per ragioni concrete che vale la pena mettere sul tavolo con la dovuta onestà.
Partiamo dai numeri, perché è giusto non girarci intorno. Dodici giornate senza vittoria, 24 punti in classifica, zona retrocessione ormai sotto i piedi. I dati parlano da soli e sarebbe disonesto minimizzarli. Però, prima di emettere sentenze, proviamo a contestualizzare questa striscia negativa nel quadro più ampio della stagione.
La Cremonese, nelle ultime settimane, ha affrontato Inter, Atalanta e Roma, tre delle quattro squadre più forti del campionato ed ora attende il Milan secondo in classifica. Perdere con questi avversari non è una vergogna: è la norma per una neopromossa che non dispone delle stesse risorse tecniche ed economiche. Guardare solo alla sequenza di risultati senza considerare il calendario è un'analisi parziale, e lo sappiamo tutti.
C'è poi un altro elemento che non va dimenticato, anzi, che non dovremmo permetterci di dimenticare: il percorso compiuto nella prima parte di campionato. La Cremonese aveva costruito un vantaggio concreto sulla zona retrocessione proprio grazie al lavoro di Nicola, riuscendo a imporre una propria identità tattica riconoscibile e a ottenere risultati importanti contro dirette concorrenti.
L'ultima vittoria, il 7 dicembre contro il Lecce, non è un episodio da archiviare in fretta: è la prova che questo gruppo, quando è in fiducia, sa come fare punti nei momenti che contano. Quei punti accumulati in autunno sono oggi l'unica ancora di salvataggio. Liquidare tutto con un esonero significherebbe cancellare il debito di riconoscenza nei confronti di chi quel margine lo ha costruito dal nulla.
Veniamo al punto più delicato: l'esonero come soluzione. Nel calcio italiano il cambio di allenatore viene percepito come la cura miracolosa per ogni malattia. La realtà, però, racconta un'altra storia. Nella lotta per non retrocedere, i tecnici che subentrando riescono davvero a invertire la rotta sono una minoranza. Il rischio concreto è quello di pagare la buonuscita a Nicola, ingaggiare un sostituto che ha bisogno di settimane per conoscere il gruppo, e ritrovarsi con meno punti e meno tempo a disposizione.
Chi potrebbe arrivare conoscerebbe già la squadra? Saprebbe come gestire i nuovi acquisti di gennaio, molti dei quali uomini di fiducia proprio di Nicola e che stanno ancora cercando continuità? Un cambio in corsa a marzo, con dodici giornate da giocare e la salvezza ancora matematicamente raggiungibile, è una mossa ad altissimo rischio che potrebbe rivelarsi fatale.
E poi c'è Nicola, la persona. La sua carriera è costruita esattamente su queste situazioni: Crotone, Torino, Salernitana. Il tecnico piemontese ha sempre trovato la propria dimensione ideale quando la pressione era massima e il margine d'errore ridotto al minimo. In questi contesti ha dimostrato di saper compattare uno spogliatoio, trasmettere un'identità difensiva solida e strappare punti dove nessuno li aspettava.
Non c'è motivo razionale di pensare che questa stagione sia strutturalmente diversa. La scintilla non è ancora scattata di nuovo, d'accordo, ma forse manca solo quella vittoria capace di sbloccare tutto, un risultato che liberi la testa e restituisca fiducia a un gruppo che sembra emotivamente ingessato più che tecnicamente inadeguato.
Guardando al calendario, poi, le occasioni ci sono. La classifica nella zona calda è ancora cortissima: Genoa e Torino a 27 punti, Cagliari a 29, con tredici giornate ancora da disputare. Il destino dei grigiorossi è tutt'altro che scritto.
Cambiare allenatore proprio ora, alla vigilia di questo sprint finale, vorrebbe dire azzerare i meccanismi tattici, perdere settimane preziose di rodaggio e consegnare al nuovo tecnico una squadra disorientata. Il rischio non vale la candela, e in fondo lo sa chiunque abbia seguito anche distrattamente questa stagione. Basti guardare a Verona e Pisa.
La società ha fatto bene, finora, a non cedere al panico. Nicola gode ancora della fiducia della dirigenza, e questo è un segnale di stabilità che non va sottovalutato in un momento di fragilità psicologica per il gruppo. La pressione è inevitabile ma deve tradursi in stimolo, non in caos. La Cremonese ha bisogno di certezze, non di scossoni.
Ha bisogno che chi è in campo sappia con precisione cosa fare, senza dover imparare un nuovo sistema ogni settimana. La strada è stretta, ma esiste ancora. E percorrerla con Nicola in panchina rimane, a oggi, la scelta più razionale che questa società possa fare.
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